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La Flotta Perduta di Kubilai Khan: La Scoperta che ha trasformato un mito in storia

Molti dei più significativi eventi della storia dell’uomo sono spesso ancora avvolti tra realtà e leggenda o, più semplicemente, conosciuti attraverso le fonti scritte che ne amplificano i fatti.

Questo è quanto è successo a quello che, finora, poteva essere considerato uno dei più imponenti tentativi di invasione della storia antica: il tentativo di invasione del Giappone da parte di Kubilai Khan.

La tradizione scritta vuole che nel 1281, l’allora imperatore della Cina e Gran Khan dei mongoli, Kubilai Khan, nipote del temutissimo Gengis, tenta per la seconda volta di invadere il Giappone. Due flotte provenienti dalla Cina del sud e dalla Corea, per un totale di 4500 navi e 150000 uomini, si dirigono verso l’arcipelago con l’intento di punire il piccolo paese che si rifiutava di istaurare il rapporto tributario con l’Impero.

Le fonti vogliono che questa imponente flotta, che stando ai numeri poteva essere considerata la più grande flotta organizzata per un’invasione prima del D-day, sia stata fermata per ben due volte (nel 1274 e nel 1281) da un tifone, conosciuto comunemente come “Corrente nera”, che i giapponesi battezzarono il “vento divino”, ovvero il kamikaze.

Questo importante evento che, se avesse avuto esito diverso avrebbe cambiato la storia dell’Asia ed influenzato quella dell’umanità intera, era conosciuto esclusivamente attraverso le pagine dello Yuan Shi ovvero, le Cronache della Dinastia Yuan e, dopo secoli, era ormai ridotto a leggenda raccontata a scuola.

Ma dov’era l’enorme flotta affondata nel 1281? E quella del 1274?

 

Storia del Progetto

La ricerca della Flotta iniziò intorno alla fine degli anni ‘60, quando il Governo giapponese, con lo scopo di ridare prestigio (dopo gli esiti della Seconda Guerra Mondiale) all’Imperatore e alle sue connessioni con il divino, si impegnò ad identificare quei siti archeologici legati ad eventi che, in qualche modo, potevano favorire questa politica.

Quale migliore esempio se non l’evento che vide l’intervento dei “venti divini”, mandati appunto dagli dei, per salvare il “paese eletto” dall’invasore straniero?

L’incarico fu affidato a quello che, pur non essendo un archeologo, è considerato il “padre” dell’archeologia moderna giapponese, Mozai Torao che, basandosi sulle fonti scritte, identificò quella che presumibilmente poteva essere l’area del disastro, ovvero l’isola di Takashima, nella Prefettura di Nagasaki.

I dubbi caddero quando, tra i pescatori dell’isola che gli mostravano i numerosi reperti tirati su con le reti (tutti di origine cinese e risalenti al XIII secolo) uno di essi gli mostrò un oggetto particolare: un sigillo mongolo che presentava sulla faccia il nome di un ammiraglio, in lingua Pagsh’pa (la lingua fatta coniare da Kubilai a tavolino per unificare il suo multietnico impero, ma che durò poco più di 4 anni) e sul retro la data di fabbricazione, il 1279. Non c’erano più dubbi, il sigillo ribattezzato Kangun Sōhain, divenne il terminus ante quem e la prova che lì doveva essere affondata la flotta.

Pochi fondi e una metodologia ancora poco sviluppata, non permisero a Mozai di ottenere grandi risultati. Fu così che, a metà degli anni ’80, le ricerche furono ereditate dal Prof. Hayashida Kenzō, fondatore e presidente dell’allora KOSUWA (Kyūshū and Okinawa Society for Under Water Archaeology) oggi ARIUA (Asian Research Institute for Archaeology and Ethnology).

Seppur non con le stesse difficoltà di Mozai Torao, non fu facile per Hayashida portare avanti questa ricerca, anche perché, soprattutto a quei tempi, l’archeologia subacquea non era una scienza presa in adeguata considerazione in Giappone.

Nel 2006, il presidente di IRIAE Daniele Petrella  inizierà a partecipare personalmente alla ricerca della flotta collaborando con Hayashida e lo ARIUA.

Nel corso degli anni i risultati ottenuti furono incredibili: il ritrovamento della Flotta cambiò la conoscenza di un’intera pagina di storia e l’Italia, non solo giocò un ruolo importante nella ricerca, ma ebbe anche il primato di essere il primo paese occidentale a strutturare una collaborazione ufficiale col Giappone in ambito archeologico su territorio giapponese.

Infatti, dal 2009, divenne la prima Spedizione Archeologica Italiana in Giappone con sostegno e finanziamento del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, per parte italiana e (susseguendosi negli anni) della Japan Foundation, del Comune di Matsuura e della Prefettura di Nagasaki, per parte giapponese.

Ha inoltre anche goduto, per i primi anni, della collaborazione della Soprintendenza del Mare della Regione Siciliana e del compianto Sebastiano Tusa in persona, oltre che a sponsor tecnici come Isotta.

Nono solo la scoperta ha gettato nuovo interesse sull’archeologia subacquea, tanto da far partire corsi dedicati nelle università nipponiche, ma ha stimolato l’interesse anche di altri studiosi, come Randy Sasaki del Kyūshū National Museum e del Prof. Ikeda Yoshifumi della Ryūkyū University.

 

Metodologie

Il lavoro svolto negli anni è stato minuzioso e difficile. Le indagini sono state realizzate de visu, cioè con immersioni in ARA che hanno battuto tutta la costa dell’isola di Takashima attraverso griglie di indagine sottomarine.

Studi delle correnti antiche, della natura dei fondali ed altri elementi geofisici hanno aiutato ulteriormente le indagini.

La catalogazione delle migliaia di componenti lignee delle navi ed il loro riordino ha permesso la comprensione e la ricostruzione della tipologia di navi adoperate dal Khan

 

Obiettivi raggiunti

Gli obiettivi raggiunti sono stati principalmente:

  • Il primo, più ovvio, è il ritrovamento della Flotta

  • Il secondo, è quello di aver riportato un evento dal mito alla storia.

  • Il terzo, di aver compreso un evento estremamente importante per la storia dell’umanità.

  • Il quarto, aver dato all’isola di Takashima l’opportunità di sviluppare un turismo dedicato alla Flotta e alla sua storia, che ha permesso la costruzione di strutture ricettive e di nuove infrastrutture come il ponte di collegamento tra l’isola e la terraferma.

  • Anni di pubblicazioni scientifiche e divulgative sulle principali riviste e magazine di settore e non, oltre che interventi del team IRIAE sui canali televisivi mondiali, hanno dato la giusta risonanza a questa incredibile spedizione. Questa è stato principalmente dovuto all’instancabile lavoro del Responsabile della Comunicazione IRIAE, Marco Merola 

  • Nel 2014, il Presidente Daniele Petrella, direttore della Spedizione, e l’IRIAE hanno vinto, grazie a questa spedizione, il prestigioso premo Rotondi “Salvatori dell’Arte” nel Mondo. Il Presidente dedicò, durante la cerimonia di premiazione, il premio ai colleghi Giapponesi e ad Hayashida, reale “padre” della ricerca.

 

Cosa ci sarebbe ancora da fare

Ormai la spedizione è arrivata al suo culmine, relativamente alle possibilità ad oggi raggiungibili. Laddove ci fossero maggiori sponsor e finanziamenti, sarebbe opportuno indagare l’alto fondale, perché di certo le retrovie di una flotta tanto numerosa sarà affondata anche nelle aree marine lontane dalla costa.

 

Responsabili

Daniele Petrella (IRIAE), Direttore della Spedizione 

Hayashida Kenzō (ARIUA, IRIAE), Direttore della Spedizione per parte Giapponese

Marco Merola (IRIAE), Responsabile della comunicazione 

 

Partners

ARIUA (Asian Research Institute for Archaeology and Ethnology)

Soprintendenza del Mare della Regione Siciliana (Dal 2011 al 2014)

 

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Daniele Petrella Hayashida Kenzo Sebasti
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Sigillo sino-mongolo di bronzo ritrovato
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