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Il Relitto Tailandese del sito di Yamami

È tradizionalmente noto che il Giappone, durante l’epoca Tokugawa o Periodo Edo (1603-1868), attivò una forte politica di chiusura che si estendeva anche ai commerci con i paesi stranieri e del continente asiatico in particolare.

Se questo era genericamente vero, allora non si spiegano alcune evidenze archeologiche subacquee, risalenti a quel periodo e relative a materiali di tipo commerciale venuti alla luce durante diverse attività di ricerca portate avanti nei mari del Kyūshū. A questo gruppo facevano parte i reperti identificati nel sito di Yamami nei mari dell’isola di Ojika (Prefettura di Nagasaki), inserita nell’arcipelago di Gōto, dove, dal 2009 al 2012, si sono svolte parte delle ricerche della Flotta di Kubilai Khan.

Ma cosa erano quei reperti e perché si trovavano lì?

 

Storia del Progetto

Come abbiamo detto, il sito archeologico di Yamami è situato a 100 m dalla costa di Karamizaki a 5 m di profondità, tra l’isola di Ojika e quella di Nozaki dell’arcipelago di Gōto.

Nel 1992, alcuni pescatori identificarono e tirarono su dai fondali marini alcuni reperti ceramici di origine tailandese e risalenti al XVII secolo. Si trattava di anfore da trasporto e subito allertarono le autorità competenti.

Nel 2003, l’ARIUA (Asian Research Institute for Underwater Archaeology) improntò una prima indagine che, seppur limitata, fu caratterizzata dal ritrovamento di un intenso giacimento di reperti ceramici tutti provenienti dalla Tailandia.

Una volta stabilita l’area come “sito archeologico”, le indagini furono messe da parte.

Bisognerà aspettare il 2011, quando il team italiano, guidato da Daniele Petrella, incaricato da Hayashida Kenzō di indagare nuovamente il sito.

Le ricerche si estesero su un’area più grande e portò all’identificazione di un relitto tailandese che si dirigeva verso le coste del Kyūshū.

Anche questa volta, la spedizione è finanziata dal Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale e dalla Japan Foundation.

 

Metodologie

I fondali che caratterizzano il canale che divide le isole di Ojika e Nozaki, raggiungono la massima profondità di -31 m in maniera graduale, facendo si che a 250 m dalla costa la profondità sia ancora a -20 m e, nell’area del sito, a -10 m. Il principale problema riscontrato è che si trova in un tratto di mare in cui si incanala una corrente di 1 nodo e ½ soprattutto quando ci si avvicina al periodo del tifone che, ancora una volta, si affaccia a condizionare la storia del Giappone meridionale.

Da un punto di vista tecnico, l’eccessiva corrente e la poca profondità dei fondali hanno reso molto difficili le operazioni di indagine.

I fondali, inoltre, presentano, come del resto gran parte delle coste giapponesi, massici affioramenti rocciosi di origine vulcanica, almeno fino ai -10/-15 m di profondità e, quindi, a 100/150 m dalla costa prima di dar spazio alla distesa sabbiosa poco compatta di dimensioni granulometriche medie e ricca di quarzo e conchiglie, almeno per quel che riguarda gli strati superficiali.

Da un lato, tale conformazione dei fondali ci lascia immaginare le difficoltà di navigazione in cui dovevano incorrere le imbarcazioni lignee che attraversavano il canale, e quindi si impongono come un dato essenziale nella ricostruzione dei fatti, ma dall’altro rende possibile uno scenario che vedrebbe la totale scomparsa del relitto ligneo che, affondato sugli scogli e lì rimasto per secoli non coperto dalla sabbia, si potrebbe essere totalmente decomposto ma, fortunatamente, questa non è l’unica teoria possibile.

Partendo dalla piccola area già nota si è deciso di approfondire le indagini nelle aree circostanti. Si sono realizzati tre rettangoli di indagine consecutivi di 50 m (S-O/N-E) x 60 m (N-E/S-O) verso nord, ovvero un’area di 9000 m², uno di 60 m (N-E/S-O) x 80 m (S-O/N-E) verso est, ovvero un’area di 4800 m², rispetto all’area conosciuta, oltre alle aree adiacenti alla costa a nord-ovest e sud-ovest del sito, per un’area totale di indagine di 13800 m².

Verso nord non si sono avuti ulteriori concentrazioni di reperti, fatta eccezione per alcuni frammenti sporadici sempre relativi alla stessa tipologia di quelli noti. A sud-est, restano pochissime evidenze ceramiche andando a diminuire fino quasi a sparire. Questo, ha portato a supporre che l’area del relitto fosse schiacciata verso la costa scogliosa. Importanti rinvenimenti, infatti, si sono avuti nell’area sud-ovest, dove si è rinvenuta altra ceramica da trasporto in quantità sorprendenti e più ci si allontanava, più si sono ritrovati reperti ceramici di uso personale e decisamente più fini, ma sempre tailandesi.

Difatti, quella che sarebbe una traiettoria di corrente costiera che avrebbe spostato o mosso i reperti, o lo stesso relitto, è interrotta da un vero e proprio muro di rocce affioranti che avrebbe accumulato i reperti o fermato per impatto il relitto.

L’indagine ha portato all’identificazione di un’area molto diversa rispetto al fondale circostante: una zona di sabbia accumulata nel mezzo di un’area rocciosa, sotto cui, spostando pochi centimetri di sabbia affiora un ulteriore consistente accumulo di anfore della stessa tipologia. Dall’alto, l’area sabbiosa riprendeva perfettamente la sagoma dell’imbarcazione. Sia chiaro, che la mancanza di fondi non permise di utilizzare una sorbona per approfondire il survay.

Tra i reperti provenienti dall’area a sud-est del sito il più importante è stato quello di un lingotto di piombo a forma conica di cui è noto l’utilizzo in Tailandia per tener chiuse, durante la navigazione, scatole adibite al contenimento di vari materiali, anche alimentari. Gli archeologi giapponesi asseriscono che si tratta di una scoperta unica, un piccolo oggetto da sempre ricercato. La sua datazione risalirebbe al XVI-XVII secolo.

La grande quantità di anfore da trasporto ansate (con le tipiche piccole 4 anse ad orecchio) dal corpo molto largo, orlo di circa 20 cm e labbro tondeggiante, definiscono il relitto come una nave mercantile proveniente dalla Tailandia e diretto verso il Kyūshū con tre probabili destinazioni: Hirado, isola che durante il Bakufu Tokugawa rimase aperta ai contatti con l’esterno anche con i paesi occidentali, la baia di Hakata, la più importante città del Kyūshū avente un grande porto, ed Okinawa che accoglieva le navi mercantili ed i loro carichi.

La datazione proposta per i materiali ritrovati sarebbe in relazione con il periodo in questione. Da un confronto con le anfore tailandesi ritrovate durante gli scavi del castello di Osaka si è potuto avanzare un’ipotesi. La stratigrafia dello scavo dell’importante castello ha riportato alla luce numerose anfore da trasporto tailandesi immediatamente sotto lo strato datato (in maniera fin troppo precisa) al 1625 ponendo i materiali in questione in un’epoca precedente a quest’anno.

La ricostruzione degli eventi che portarono all’affondamento del relitto si basa, dunque, sulle aree analizzate e la quantità dei reperti individuati. Ancora non ci è chiaro se l’affondamento sia avvenuto per l’intervento di un tifone o per altri motivi; la risposta potrà essere trovata solo con un approfondimento delle indagini e l’analisi di tutte le evidenze ritrovate.

Ad ogni modo, prendendo per accettabile la versione più plausibile, ovvero quella di avverse condizioni meteo marine, l’imbarcazione avrebbe dovuto, infatti, percorrere il canale da sud a nord e quindi essere stata colpita alle spalle dal tifone.

La scoperta getta nuova luce sui rapporti culturali e commerciali che il Giappone intratteneva con altre popolazioni, in un periodo in cui notoriamente aveva stabilito una forte e decisa politica di chiusura verso i paesi altri.

Obiettivi raggiunti

Gli obiettivi raggiunti sono stati principalmente:

  • Il primo, più ovvio, è il ritrovamento della Flotta

  • Il secondo, è quello di aver riportato un evento dal mito alla storia.

  • Il terzo, di aver compreso un evento estremamente importante per la storia dell’umanità.

  • Il quarto, aver dato all’isola di Takashima l’opportunità di sviluppare un turismo dedicato alla Flotta e alla sua storia, che ha permesso la costruzione di strutture ricettive e di nuove infrastrutture come il ponte di collegamento tra l’isola e la terraferma.

  • Anni di pubblicazioni scientifiche e divulgative sulle principali riviste e magazine di settore e non, oltre che interventi del team IRIAE sui canali televisivi mondiali, hanno dato la giusta risonanza a questa incredibile spedizione. Questa è stato principalmente dovuto all’instancabile lavoro del Responsabile della Comunicazione IRIAE, Marco Merola 

  • Nel 2014, il Presidente Daniele Petrella, direttore della Spedizione, e l’IRIAE hanno vinto, grazie a questa spedizione, il prestigioso premo Rotondi “Salvatori dell’Arte” nel Mondo. Il Presidente dedicò, durante la cerimonia di premiazione, il premio ai colleghi Giapponesi e ad Hayashida, reale “padre” della ricerca.

 

Cosa ci sarebbe ancora da fare

Ormai la spedizione è arrivata al suo culmine, relativamente alle possibilità ad oggi raggiungibili. Laddove ci fossero maggiori sponsor e finanziamenti, sarebbe opportuno indagare l’alto fondale, perché di certo le retrovie di una flotta tanto numerosa sarà affondata anche nelle aree marine lontane dalla costa.

 

Materiale scientifico

Per le pubblicazioni in merito cicca qui

 

Partners

ARIUA (Asian Research Institute for Archaeology and Ethnology) 

Soprintendenza del Mare della Regione Siciliana (Dal 2011 al 2014)

 

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